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La conquista di se stessi

Nell’ambito delle conquiste umane quella di conquistare se stessi è senz’altro la cosa più difficile, ma anche il traguardo più desiderabile.

L’essere umano ha raggiunto mete inimmaginabili, eppure non è ancora padrone dei propri gesti e dei suoi pensieri; egli ancora non si conosce. Per questo coloro che sono arrivati ad avere la costanza di sedersi a praticare “l’immobilità assoluta nella pura presenza”, hanno già raggiunto un meraviglioso traguardo: essersi incamminati sulla Via; per loro il “ritorno a casa” è già iniziato, sarà solo questione di tempo.

Come abbiamo visto in precedenza, la Via dello Yoga, è fatta per coloro che vogliono camminare verso la Conoscenza e l’Amore; e quale conoscenza è più necessaria all’uomo se non quella di se stesso?
L’antica frase: NOSCE TE IPSUM (Conosci te stesso) che era l’emblema delle antiche scuole di Ricerca Interiore, e che ne rappresentava la loro essenza e il loro fine, è tutt’ora ancora valida: l’uomo deve innanzitutto conoscere se stesso, in tutti i suoi aspetti.
L’UOMO NON AGISCE, MA REAGISCE.

La maggior parte delle azioni compiute dall’uomo sono reattive; egli reagisce a degli stimoli esterni o interni, e non ha una vera padronanza su se stesso.
L’essere umano che ha raggiunto un certo grado di maturità interiore comincia a rendersi conto confusamente di questi meccanismi; egli vede che le sue azioni sono automatiche, meccaniche, inconsapevoli, e comincia a desiderare di liberarsi, per quanto gli è possibile, da questa schiavitù.
E’ con questa attitudine che vanno condotte le pratiche meditative; per questo è importante sedersi regolarmente a praticare, interrompendo le normali attività della giornata.
LA PRATICA DELLA PURA PRESENZA

Chi si è innamorato di questa Via di autorealizzazione, ha imparato a ritagliarsi dei momenti da dedicare a se stesso. Egli, chiuso nella pace della sua stanza di pratica, dopo aver acceso un incenso offerto alla Divina Presenza, congiunge le mani in segno di omaggio a tutti coloro che nei millenni hanno trasportato la fiaccola della Meditazione.

Quindi resta fermo, immobile, con gli occhi chiusi o semichiusi, e s’immerge nell’attenta osservazione, percezione, degli spazi di silenzio, dei vuoti contenuti in tutto ciò che gli giunge dall’interno o dall’esterno.

Il meditante non si chiude, egli è aperto a tutto, ma senza farsi coinvolgere, senza “cadere” nei fenomeni.

Può succedere che il praticante s’immerge subito in una grande pace; ma può anche succedere che si trova, sin dall’inizio, ad ingaggiare una lotta tremenda contro gli impulsi meccanici che vorrebbero spingerlo ad alzarsi, a mollare.

Può succedere che tutti i pruriti o i crampi del mondo si danno appuntamento proprio in quel momento, quasi volessero intenzionalmente disturbare il praticante. Può anche succedere che il suo pensiero, fino a quel momento tranquillo, comincia a scatenarsi e riversare, sulla consapevolezza del meditante ogni sorta di ragionamenti.

Nei momenti in cui ci si siede a praticare, anche chi non ha molta fantasia può trovarsi ad assistere al “miracolo” della propria immaginazione che, improvvisamente, diventa fervida e prolifica.

Il meditante con un po’ di esperienza sa che non deve fare nulla di fronte a tutti questi “fenomeni”. Non deve combatterli, egli deve solo osservarli, in modo distaccato, perché se ci casca dentro torna ad identificarsi coi fenomeni del Samsara e potrebbe, dopo pochi secondi, smettere di praticare pensando che forse “quella non è la giornata giusta”.

Il segreto sta nel “resistere” a qualunque tipo di disturbo e rimanere immobili, vigili, attenti, presenti; perché se si attende la giornata giusta si può correre il rischio di aspettarla per tutta la vita.
Sedersi sul cuscino a praticare, all’inizio, è soprattutto questo: imparare l’arte di resistere e partire alla conquista di se stessi.

 

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